L’arte della guerra
Il
«disarmo» nucleare di Gentiloni
Manlio Dinucci
La scena della
folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche
conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato
terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un
fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto
scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece
addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo
razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera
umanità: la corsa agli armamenti nucleari.
Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per
svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei
negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della
Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo,
stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi
nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.
L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea
generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.
Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran
Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele
(unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno
votato contro.
Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e
Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.
Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è
l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la
convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento
giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un
elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a
favore del disarmo nucleare».
L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e
concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile,
trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di
non-proliferazione, pilastro del disarmo».
In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i
fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non
ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi,
direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati
uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50
bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche
piloti italiani.
Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike
nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i
bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso
anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente
paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più
pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.
Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del
Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo
stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di
non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e
rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.
Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza
politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.
(il manifesto, 6 giugno 2017)